Fattori di rischio del Disturbo da Lutto Prolungato: cosa dice la ricerca scientifica

Il lutto è un’esperienza universale, ogni anno infatti milioni di persone affrontano la perdita di una persona cara. Nella maggior parte dei casi, il dolore si trasforma gradualmente e permette un adattamento alla nuova realtà. Tuttavia, per alcune persone, il lutto può diventare persistente, intenso e invalidante, configurando quello che oggi viene definito Disturbo da Lutto Prolungato (o PGD dall’ingelse Prolonged Grief Disorder).

Un recento studio dell'Univervisità di Aarhus in Danimarca e pubblicata sulla rivista "Clinical Psychology Review", che ha coinvolto oltre 61.000 persone, ha analizzato i principali fattori di rischio per lo sviluppo di sintomi di lutto prolungato. In questo articolo sintetizzo nel modo più semplice ma accurato i risultati dello studio, offrendo informazioni utili sia ai professionisti della salute mentale sia a chi sta attraversando un lutto.

Cos’è il Disturbo da Lutto Prolungato?

Il Disturbo da Lutto Prolungato è stato recentemente inserito nei principali manuali diagnostici internazionali, ovvero il ICD-11 e il DSM-5-TR.

Si caratterizza per:

  • Intensa nostalgia o desiderio della persona scomparsa

  • Pensieri persistenti e invasivi sul defunto

  • Dolore emotivo intenso (tristezza, rabbia, senso di colpa)

  • Difficoltà ad accettare la morte

  • Compromissione significativa della vita quotidiana

Per poter parlare di disturbo, i sintomi devono persistere almeno 6-12 mesi dopo la perdita e superare le aspettative culturali rispetto al lutto.

Una domanda cruciale per la pratica clinica e per la prevenzione riguarda i fattori di rischio che aumenterebbero la probabilità di sviluppare sintomi di lutto prolungato. Lo studio ha analizzato 120 ricerche pubblicate nell’arco di oltre trent’anni, coinvolgendo migliaia persone in lutto, con l’obiettivo di individuare i fattori maggiormente associati allo sviluppo di questa condizione.

Comprendere i fattori di rischio del lutto prolungato è fondamentale per diversi motivi. Permette innanzitutto di identificare precocemente le persone più vulnerabili, di attivare interventi preventivi mirati e di migliorare l’efficacia dei trattamenti psicologici. Inoltre, una maggiore consapevolezza scientifica contribuisce a ridurre lo stigma e a normalizzare il fatto che, in alcune situazioni, il lutto possa trasformarsi in una sofferenza che richiede un supporto professionale.

Uno dei risultati più solidi emersi dalla meta-analisi riguarda la presenza di sintomi depressivi prima della perdita. Le persone che già presentano una vulnerabilità depressiva hanno una probabilità significativamente maggiore di sviluppare un lutto prolungato dopo la morte di una persona cara. Questo dato suggerisce che la storia psicologica individuale rappresenta un elemento centrale nella comprensione del rischio. Il lutto, infatti, non si inserisce in un vuoto emotivo, ma in una traiettoria personale fatta di risorse e fragilità preesistenti.

Un altro fattore particolarmente rilevante riguarda i sintomi di lutto presenti già prima della morte, soprattutto nei casi di malattie terminali o degenerative. In queste situazioni, familiari e caregiver possono sperimentare una forma di dolore anticipatorio legato alla consapevolezza della perdita imminente. I dati indicano che chi vive un’intensa sofferenza emotiva prima del decesso presenta un rischio maggiore di sviluppare sintomi persistenti anche dopo la morte. Questo aspetto è particolarmente importante per chi lavora in ambito di cure palliative o con familiari di persone affette da demenza, poiché suggerisce la necessità di monitorare e sostenere il dolore già nella fase pre-lutto.

La natura della relazione con la persona deceduta rappresenta un ulteriore elemento di rischio. La perdita di un figlio o di un partner è risultata associata a una maggiore probabilità di sviluppare sintomi di lutto prolungato rispetto ad altri tipi di perdita. Si tratta di relazioni caratterizzate da un forte investimento affettivo e identitario. Tuttavia, è importante sottolineare che l’effetto osservato è di entità moderata e che anche altre perdite possono evolvere in forme complicate, a seconda della storia personale e del contesto.

Anche le circostanze della morte influenzano il rischio. Le morti improvvise, inaspettate o violente, come quelle dovute a incidenti o suicidi, risultano associate a una maggiore probabilità di sviluppare sintomi persistenti. In questi casi, alla sofferenza del lutto si può aggiungere una componente traumatica che rende più difficile integrare l’evento nella propria esperienza di vita. Il dolore può intrecciarsi con immagini intrusive, senso di incredulità e difficoltà a dare un significato alla perdita.

Tra i fattori intrapersonali, lo stile di attaccamento ha mostrato un ruolo significativo. In particolare, l’attaccamento ansioso, caratterizzato da una forte paura dell’abbandono e da un bisogno intenso di vicinanza emotiva, è risultato associato a un maggiore rischio di lutto prolungato. Questo risultato è coerente con le teorie dell’attaccamento, secondo cui la perdita di una figura significativa può attivare in modo particolarmente intenso i sistemi di attaccamento nelle persone più sensibili alla separazione. Al contrario, l’attaccamento evitante non ha mostrato un’associazione significativa con lo sviluppo del disturbo.

La meta-analisi ha evidenziato anche una piccola ma significativa associazione tra lutto prolungato e fattori socioeconomici, come basso livello di istruzione e basso reddito. Le condizioni di vulnerabilità economica possono ridurre le risorse disponibili per far fronte allo stress e limitare l’accesso a supporti formali e informali. Sebbene l’effetto sia modesto, questo dato richiama l’attenzione sull’importanza di considerare il contesto sociale nel lavoro clinico.

Le donne hanno mostrato un rischio leggermente superiore rispetto agli uomini, anche se l’effetto è piccolo e va interpretato con cautela. Molti studi includono una percentuale più elevata di partecipanti di sesso femminile, e questo potrebbe influenzare i risultati. Inoltre, differenze culturali nelle modalità di espressione del dolore potrebbero contribuire alle differenze osservate.

Infine, aver sperimentato perdite multiple nel corso della vita è risultato associato a un aumento del rischio. Accumulare lutti può generare un sovraccarico emotivo e riattivare dolori precedenti non completamente elaborati. Quando una nuova perdita si inserisce in una storia già segnata da altre separazioni significative, la capacità di adattamento può risultare compromessa.

È interessante notare che alcune variabili spesso considerate rilevanti, come l’età della persona in lutto o l’età del defunto, non sono risultate significativamente associate allo sviluppo del disturbo. Questo suggerisce che il rischio non dipende semplicemente da fattori anagrafici, ma da una combinazione più complessa di vulnerabilità psicologiche, caratteristiche della perdita e contesto di vita.

Dal punto di vista clinico, questi risultati offrono indicazioni preziose. Non si tratta di costruire una lista rigida di criteri per prevedere chi svilupperà un lutto prolungato, ma di sviluppare una maggiore sensibilità verso quei segnali che indicano una possibile vulnerabilità. Valutare la presenza di sintomi depressivi pregressi, monitorare il dolore anticipatorio nei caregiver, prestare particolare attenzione alle perdite traumatiche e alle condizioni di fragilità socioeconomica può aiutare a orientare interventi tempestivi e mirati.

Il Disturbo da Lutto Prolungato non rappresenta una patologizzazione del dolore normale, ma il riconoscimento che in alcuni casi la sofferenza può cristallizzarsi e impedire il naturale processo di adattamento. La ricerca scientifica mostra con chiarezza che esistono fattori che aumentano la probabilità di questo esito, e conoscerli significa poter intervenire prima e meglio.

Se il dolore per una perdita rimane intenso e paralizzante a distanza di molti mesi, se la vita quotidiana appare bloccata e priva di prospettiva, rivolgersi a uno Psicologo con esperienza nell’elaborazione del lutto può rappresentare un passo fondamentale verso la ripresa. La sofferenza persistente non è un fallimento personale, ma una condizione che merita ascolto, comprensione e cura.

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